La Scommessa

The Bet


Indice:

Introduzione
Rischi reali
Le tesi
Conseguenze e conclusioni
Ed ecco la scommessa



Introduzione


La società moderna ha generato un'enorme quantità di lavoro rivolto a produrre oggetti e servizi inutili. Naturalmente, chi sostiene la società affluente, o società dei consumi, afferma che la produzione di qualsiasi bene o servizio rappresenta una possibilità per qualcuno di guadagnarsi il pane e di mandare a scuola il/la figliolo/a. Certo, ogni lavoro è utile per qualcuno. Ma ciò non significa che il prodotto del suo lavoro sia utile. È fin troppo facile esibire esempi: tra le merendine per i bambini e i cacciabombardieri per gli adulti ci stanno tutti i prodotti inessenziali che un "illustre" imprenditore ha quantificato nel 70% della produzione. Pur chiamandola inessenziale, l'ha esaltata! Già! secondo il Nostro la macchina del desiderio sociale deve funzionare a pieno regime. Nulla è più necessario del superfluo! Esso alimenta «reddito, felicità, progresso». Difficilmente si riflette sul fatto che lo sviluppo di beni sempre più raffinati, pur realizzando reddito per il cittadino-lavoratore e la soddisfazione per il cittadino-consumatore, comporta la retroazione su consumi collettivi di base determinando il loro scadimento. Se 500 mila europei muoiono ogni anno per problemi respiratori a causa dell’inquinamento atmosferico significa che alcune produzioni retroagiscono su un bene primario quale l'aria che respirano. Inutile aggiungere innumerevoli esempi. Inoltre, sarebbe necessario indagare il senso di vuoto e l'infelicità irrimediabile vissute da masse sempre più estese. Tuttavia non voglio dibattere questioni spinose troppo legate a visioni diverse dalla mia. Meglio spostare il discorso altrove.

Il covid19 ha offerto in anteprima il modello delle condizioni che si verificheranno in futuro. Lo ha fatto, in un primo momento, determinando la chiusura di quel complesso di produzioni che sono state chiamate "inessenziali"; poi, con la seconda ondata della pandemia, agendo sui servizi della ristorazione, del turismo, della cultura e in tutto ciò che non fosse stato strettamente necessario per la produzione manifatturiera. Il risultato? una crisi mai vista dopo la Seconda Guerra Mondiale!

Ora, qualcosa del genere accadrà in un futuro assai prossimo, ma non sarà un virus a decidere la cancellazione del surplus produttivo. Altre condizioni determineranno il crollo della produzione veramente inessenziale. Ciò potrà accadere secondo due modalità: a) come nuova governance internazionale a seguito della presa d'atto dell'insostenibilità di un sistema secolare o b) come crollo sistemico. La seconda possibilità è più probabile. La pertinace insistenza con la quale i sostenitori a oltranza di questa organizzazione sociale vorranno mantenere in vita due cadaveri, i cadaveri dell'economia liberista e della società liberale, determinerà il crollo definitivo della civiltà.


Index:

Introduction
Real risks
The thesis
Consequences and conclusions
And here's the bet



Introduction


Modern society has generated an enormous amount of work aimed at producing useless objects and services. Obviously, those who support the affluent society, or consumer society, state that the production of any good or service represents a chance for someone to earn a living and send their child to school. Certainly, every job is useful for someone. But that doesn't mean that the product of his work is useful. It is all too easy to show examples: among snacks for cildren and fighter-bombers for adults there are all the inessential products that an "illustrious" entrepreneur has quantified in 70% of the production. While calling it inessential, he exalted it! Of course! according to our entrepreneur, the machine of social desire must work at full capacity. Nothing is more necessary than the superfluous! It feeds "income, happiness, progress". It is difficult to reflect on the fact that the development of increasingly refined goods, while achieving income for the citizen-worker and satisfaction for the citizen-consumer, involves the retroaction on basic collective consumption, determining their decline. If 500,000 Europeans die every year from respiratory problems due to atmospheric pollution, it means that some productions have feedback on a primary good such as the air they breathe. Needless to add countless examples. Furthermore, it would be necessary to investigate the sense of emptiness and the irremediable unhappiness experienced by ever more extensive masses. However, I do not want to debate controversial issues linked to visions different from mine. Better to move the subject elsewhere.

Covid19 previewed the model of conditions that will occur in the future. It did so, at first, by determining the closure of that complex of productions that have been called "inessential"; then, with the second wave of the pandemic, acting on catering services, tourism, culture and everything that was not strictly necessary for manufacturing production. The result? a crisis never seen after the Second World War!

Now, something like this will happen in the very near future, but it will not be a virus that will decide the cancellation of the production surplus. Other conditions will lead to the collapse of truly inessential production. This could happen in two ways: a) as a new international governance following the acknowledgment of the unsustainability of a secular system or b) as a systemic collapse. The second possibility is more likely. The persistent insistence with which the supporters of this social organization will want to keep alive two corpses, the corpses of the liberal economy and the liberal society, will determine the definitive collapse of civilization.


Rischi reali


Una sorprendente dimenticanza indotta dalla pandemia può essere identificata dalla revoca della questione ambientale dal panorama politico. Sembrerebbe un fatto comprensibile vista l'urgenza di salvaguardare il funzionamento delle strutture sanitarie o di sostenere attività economiche minate dalla circolazione del virus. Resta un fatto: lo si voglia o no la questione ambientale non la si cancella sospendendone il discorso. È il vero "convitato di pietra"! La maggioranza degli umani non vuole accettare l'idea, ma sta arrivando quella che Gunter Anders chiamò "apocalisse senza regno". Anders si riferiva alla guerra atomica tra superpotenze. Quella era una apocalisse possibile che fino ad oggi, fortunatamente, non s'è manifestata. Anche gli umani dominanti sono "perplessi" a impiegare armi definitive. Invece, l'apocalisse che sta arrivando a grandi passi è maledettamente più infida. Essa non si manifesta come esplosione istantanea che incenerisce il mondo. No, lo cuoce a fuoco lento. La nuova apocalisse è già iniziata, e accompagna silenziosamente la vita della comunità mondiale e di buona parte della vita non umana. Attende soltanto di scatenare in modo visibile la sua furia saldando insieme anelli di retroazione che tendiamo a pensare come separati. Tutto questo non si è ancora compreso. Non l'hanno compreso le compagnie che estraggono fossili, non l'hanno compreso i partiti politici, né gli economisti, né i sindacati, né i lavoratori, né i consumatori: tutti pretendono a gran voce il mantenimento di una cornucopia ormai rinsecchita come il suo scarno contenuto.

Gli umani non hanno compreso dinamiche inscritte in processi quasi-deterministici scolpiti sulle pagine metalliche del libro della storia futura. Soltanto uno sforzo sovrumano, pertanto poco umano, può consentire di deviare da un approdo estremamente probabile. Quale approdo? la caduta dell'Occidente, la regressione della civiltà, la fine della storia come è stata per secoli immaginata, l'ingresso in una distopia permanente, l'eterno conflitto.

La catena degli eventi è abbastanza definita. Per comprenderla dobbiamo fare riferimento ai caratteri di ciò che ormai viene universalmente chiamato "antropocene": 1) il riscaldamento climatico connesso all'impiego dei combustibili fossili, 2) la smisurata estrazione di risorse che schiude il problema della sostenibilità, 3) la trasformazione delle risorse estratte in cumuli immensi di rifiuti e nella diffusione dell'inquinamento in vasti territori. I punti (1), (2) e (3) determinano poi, come effetto diretto, 4) la distruzione della biodiversità il cui delicato equilibrio rappresenta la condizione per la permanenza della vita.

L'accelerazione esponenziale dei quattro fenomeni comporterà la distruzione di ampie zone dell'ecumene e la messa in movimento di milioni di persone che fuggiranno dalla miseria e dallo sconvolgimento delle loro terre. Si dirigeranno dove penseranno di trovare rifugio incontrando la reazione di altri popoli, anche loro ormai gravemente impoveriti, che li respingeranno decretando così la fine di ogni possibile solidarietà umana. Ideologie, etnicismi e nuove guerre di religione sorgeranno dal nuovo vaso di Pandora nel tentativo di trovare una soluzione semplice e impossibile per le nuove emergenze. Le élite mondiali, sopraffatte dalla complessità dei problemi e impegnate nel reperire le poche risorse rimaste nel vano tentativo di placare la rabbia dei rispettivi popoli, non riusciranno più a rilanciare le rispettive economie se non dando fondo alle ultime risorse non rinnovabili della natura. E in tal modo non faranno che peggiorare la situazione. Il rancore delle popolazioni, allettate per decenni con le promesse impossibili di un progresso infinito e smarrite per la caduta in condizioni inattese, alimenterà i nazionalismi che tanto ruolo hanno avuto nelle devastazioni del secolo scorso. Quella che si prefigura è la guerra di tutti contro tutti in un contesto in cui le passioni soverchieranno la ragione.

Non è il caso di insistere troppo sugli scenari da brividi che dovrebbero preoccupare e che invece vengono tendenzialmente ignorati. Ormai esiste una letteratura molto "materialista" che si dilunga su questi pericoli incombenti, e chi vuole ne ha accesso. Purtroppo la conoscenza umana è stata costruita in modo atomistico, frammentario, ogni questione è vista in modo indipendente. In tal modo si pensa che, bene o male, sia possibile trovare soluzioni definitive, o anche parziali, e uscire da ogni condizione di pericolo. Quel che manca è una visione di insieme che consenta di individuare gli effetti che un evento è in grado di generare sugli altri causando una reazione incontrollabile. Poche sono le voci veramente allarmate capaci di raccordare insieme gli effetti dell'azione umana sul Pianeta: gli studiosi di scienze "non-meccanicistiche", il Papa attuale, alcuni movimenti radicali. Tuttavia, sebbene preoccupati per i pericoli incombenti e capaci di vedere le interconnessioni tra questioni ambientali, economiche, politiche e sociali, non tutti offrono soluzioni e molti di essi si fermano agli ammonimenti chiedendo alla politica di prestare attenzione a ciò che ci attende e auspicando che vengano messe in campo soluzioni adeguate. Trovano orecchie disponibili?

Occorre dire che la politica, un tempo completamente sorda alle questioni dell'ambiente, ha oggi modificato il proprio atteggiamento. In seguito alle pressioni degli studiosi del clima e allertati dai fenomeni sempre più estremi connessi al riscaldamento climatico e rovinosi sul piano economico, gli Stati hanno promosso da qualche decennio conferenze internazionali che sono sempre rigorosamente fallite. L'accelerazione produttiva non si è fermata e la CO2 ha continuato ad aumentare a dispetto delle firme su protocolli pieni di fredde intenzioni. Ma poiché l'accelerazione produttiva comporta accelerazione dei fenomeni ambientali e atmosferici, è accelerata anche l'ansia di trovare qualche drastica soluzione. In questo modo sono nati i Green New Deal in Europa e negli Stati Uniti e vari programmi di politiche finalizzate a tentare di ridurre l'impatto dei fossili sulle economie del mondo.

Finalmente! tutto ok dunque? neanche per sogno! Dovremmo ricordarci che i caratteri dell'antropocene sono quattro. Di questi la produzione di CO2 è solo il primo. Inoltre, fatto ancor più grave, è assurdo il modo con cui si pensa di poter avere ragione sul riscaldamento climatico. Si dà per scontato che gli abbattimenti della CO2 possano scaturire grazie a soluzioni tecnologiche che creerebbero persino una spinta ulteriore verso lo sviluppo di nuovi lavori superqualificati capaci di occupare tutta la forza lavoro eccedente. Nel passato le cose si sono manifestate proprio in quel modo. Ma allora le risorse del Pianeta erano per larga parte intonse. Come se ciò non bastasse questa illusione se ne porta dietro un'altra: la credenza che la questione climatica e i suoi annessi possano risolversi:

senza una ricostruzione radicale delle istituzioni principali della comunità umana: lo Stato, le costituzioni, i rapporti di proprietà, la dottrina giuridica che li regola, la teoria economica e tant'altro.

Con questo scritto non intendo approfondire questioni ampiamente dibattute che nel prossimo futuro sono destinate a catturare la scena a ritmi serrati. Ma poiché quel dibattito rimane interno a logiche che potremmo classificare mainstream, sia che si sviluppino all'interno del mondo imprenditoriale o tecnologico o politico o (persino) ambientalista, proverò a portare in evidenza tesi che girano sommessamente e che stentano a porsi all'attenzione generale. Sono tesi antitetiche al quadro che viene proposto da ogni dove. Sono tesi antitetiche rispetto ai sogni che propongono città cablate con tecnologie avveniristiche; ai sogni dell'ambientalismo superficiale; a quelli di un ambientalismo più avvertito che guarda alla realtà in modo preoccupato, ma che conserva la speranza di salvare, come si dice, capra e cavoli. Ora possiamo passare alle tesi.


Real risks


A startling forgetfulness induced by the pandemic can be identified in the removal of the environmental issue from the political landscape. It would seem a understandable fact given the urgency to safeguard the functioning of health structures or to support economic activities undermined by the circulation of the virus. A fact remains: whether we like it or not, the environmental issue cannot be canceled by suspending its discussion. It is the real "stone guest"! Most humans do not want to accept the idea, but what Gunter Anders called a "reignless apocalypse" is coming. Anders was referring to the atomic war between superpowers. That was a potential apocalypse, which, fortunately, hasn't happened yet. Even the dominant human are "perplexed" at employing ultimate weapons. Instead, the apocalypse that is coming in great strides is damn more treacherous. It does not manifest itself as an instantaneous explosion that incinerates the world. No, it cooks it on a low flame. The new apocalypse has already begun, and it silently accompanies the live of the world community and a large part of non-human life. It just waits to unleash its fury by welding together feedback loops that we tend to think as separate. All this has not yet been understood. The companies that extract fossils have not understood it, nor have understood political parties, nor economists, nor trade unions, nor workers, nor consumers: all are clamoring for the maintenance of a cornucopia now withered as its meager contents.

Humans have not understood dynamics inscribed in quasi-deterministic processes carved on the metal pages of the book of future history. Only a superhuman effort, therefore not very human, can allow us to deviate from an extremely probable docking. Which docking? the fall of the West, the regression of civilization, the end of history as it has been imagined for centuries, the entrance into a permanent dystopia, an eternal conflict.

The chain of events is quite definite. To understand it we must refer to the attributes of what is now universally called "anthropocene": 1) the climatic warming connected to the use of fossil fuels, 2) the enormous extraction of resources that opens up the problem of sustainability, 3) the transformation of extracted resources into immense heaps of refusal and the spread of pollution over vast territories. Points (1), (2) and (3) then determine, as a direct effect, 4) the destruction of biodiversity whose delicate balance represents the condition for the permanence of life.

The exponential acceleration of the four phenomena will lead to the destruction of vast areas of the ecumene. Millions of people will flee from the misery and disruption of their lands. They will go where they think they will find refuge by meeting the reaction of other peoples, also by now seriously impoverished, who will reject them thus decreeing the end of all possible human solidarity. Ideologies, ethnicisms and new religious wars will arise from the new Pandora's box in an attempt to find a simple and impossible solution for the new emergencies. The world elites, overwhelmed by the complexity of the problems and committed to finding the few remaining resources in a vain attempt to appease the anger of their respective peoples, will no longer be able to relaunch their respective economies if not by attacking the latest nonrenewable resources of nature. And in doing so they will only make the situation worse. The resentment of the populations, lured for decades by the impossible promises of infinite progress and mislaid by the fall into unexpected conditions, will feed the nationalisms that have played such a role in the devastation of the last century. The war of all against all is likely in a context in which passions will prevail over reason.

There is no need to insist too much on the creepy scenarios that should worry and which instead tend to be ignored. There is now a very "materialistic" literature extending extensively on these looming dangers; whoever wants can have access to it. Unfortunately human knowledge has been constructed in an atomistic, piecemeal way, each issue is viewed separately from everything. In this way it is thought that, for better or worse, it is possible to find definitive or even partial solutions, and to get out of any dangerous condition. What is missing is an overview that allows us to identify the effects that an event is able to generate on others, causing an uncontrollable reaction. There are few truly alarmed voices capable of linking together the effects of human action on the planet: scholars of non-mechanistic sciences, the actual Pope, some radical movements. However, although they are concerned about looming dangers and able to see the interconnections between environmental, economic, political and social issues, not all of them offer solutions. Many of them stop at warnings by asking politics to pay attention to future dangers hoping that adequate solutions will be put in place. Do they find ears available?

It must be said that politics, once completely deaf to environmental issues, have now changed their attitude. Following the pressures of climate scholars and alerted by increasingly extreme phenomena connected to climate warming and ruinous on the economic level, the States have for some decades promoted international conferences that have always rigorously failed. The production acceleration did not stop and CO2 continued to increase despite the signatures on protocols full of cold intentions. But since the production acceleration leads to an acceleration of environmental and atmospheric phenomena, the anxiety to find some drastic solution is also accelerated. Thus were born the Green New Deals in Europe and the United States and various policy programs aimed at trying to reduce the impact of fossils on the world's economies.

Long last! everything ok then? no way, friend!. We should remember that there are four manifestations of the anthropocene. Of these, excess CO2 production is only the first. Moreover the idea that global warming can be solved in an absurd way is widespread. It is assumed that CO2 abatements can arise thanks to technological solutions that would even create a further push towards the development of new super-skilled jobs capable of occupying the surplus workforce. In the past, things have manifested just that way. But the resources of the planet were largely untouched. As if this were not enough, this illusion carries with it another one: the belief that the climate question and its annexes can be resolved:

without a radical reconstruction of the main institutions of the human community: the state, the constitutions, the property relations, the jurisdiction that governs them, the economic theory and much more.

With this paper I does not intend to delve into widely debated issues that in the near future are destined to capture the scene at a fast pace. But since this debate remains internal to logics that we could classify as mainstream, whether they develop within the business or technological or political or (even) environmentalist world, I will try to bring out theses that run underground and struggle to get general attention. They are antithetical theses to the picture that is proposed from everywhere. These theses are antithetical to the dreams that offer wired cities with futuristic technologies; to the dreams of superficial environmentalism; to those of a more aware environmentalism that looks at reality in a worried way but that keeps the hope of saving, as they say, goat and cabbage. Now we can move on to the theses.


Le tesi


Tesi 1 – Nessuna energia alternativa, tranne l'energia nucleare, può supportare in modo significativo un'economia precedentemente basata sulle energie fossili

L'accelerazione con la quale la civiltà occidentale – e poi la globalizzazione – ha preso slancio è stata resa possibile unicamente dall'impiego dell'energia concentrata nei fossili carboniosi. L'attuale sostegno alla produzione è ancora garantito da ampie disponibilità di petrolio, gas, carbone. Se venisse a mancare questa disponibilità, l'umanità si troverebbe a disporre esclusivamente di energia solare reperibile in varie modalità, ma distribuite in forme troppo estensive. Pertanto, le energie alternative, oltre a causare indubbi problemi ambientali (se spinte oltre una certa soglia), incontrerebbero limiti oggettivi che ne restringerebbero la disponibilità.

Corollario: la società affluente è destinata a scomparire con la fine – o la drastica riduzione – dell'impiego delle energie fossili

***

Tesi 2 – I problemi della relazione umano-ambiente non sono causati dalla scarsità, ma dall'eccessiva disponibilità di energia

Ricordiamo i quattro fattori che danno luogo all'antropocene:

1. riscaldamento climatico
2. estrattivismo forsennato
3. diffusione di rifiuti
4. distruzione della biodiversità

Una ipotetica fonte energetica inesauribile priva di effetti del primo tipo nelle mani di una specie ancora impregnata di ideologia specista (la credenza della centralità umana nella vita del Pianeta) sarebbe semplicemente devastante per gli effetti accelerativi su (2), (3), (4). Essa consentirebbe alla nostra specie di espandere la propria presenza fino a colonizzare l'ultimo metro quadrato della Terra distruggendo le basi stesse della vita.

Corollario: L'energia nucleare, potrebbe risolvere gli effetti del riscaldamento climatico (1), ma, a prescindere dalle ben fondate obiezioni classiche, deve essere rifiutata anche per gli effetti conseguenti su (2) (3) (4)

***

Tesi 3 – In virtù della propria capacità tecnologica, l'essere umano è l'unica specie che determina ferite non rimediabili sulla pelle del Pianeta. Ogni sviluppo tecnologico determina accelerazioni entropiche, ovvero aumento rapido del disordine del processo fin qui fissato dall'evoluzione

La terza tesi spegne alcune speranze fondamentali che riposano nell'intimo dell'umano. In particolare la capacità ricostruttiva o ricostitutiva degli ambienti originari mediante soluzioni tecnologiche o geoingegneristiche. L'unica possibilità, qualora si desideri tentare di ripristinare una condizione perduta in una certa zona, consiste in un alleggerimento della pressione antropica, in un "ritrarsi" più o meno marcato. Maggiore sarà questa soluzione, più alte saranno – ma mai certe – le possibilità di recupero. Occorre mettere in guardia contro un'altra illusione. L'ecologia studia le interrelazioni tra tutti gli esseri viventi (biocenosi) e l'ambiente che li ospita (biotopo). La specie umana rompe questo equilibrio. È indubbio che anch'essa si trovi in regime di dipendenza rispetto alle altre specie, ma sin dall'inizio della sua comparsa gioca un ruolo di frattura dell'equilibrio preesistente e, poco alla volta, lo stravolge. Poniamoci una domanda. Si può parlare di "equilibrio ecologico" nell'ecumene (lo spazio terrestre colonizzato dagli umani) se la biomassa degli animali allevati rappresenta un peso 15 volte superiore rispetto alla biomassa di tutti gli animali selvatici? o se il peso attuale dei manufatti supera quello della biomassa di tutta la Terra? L'ecologia non può costituire la scienza di un ambiente in cui l'essere umano rappresenta una presenza significativa! Insomma, la pretesa umana di assumere "comportamenti ecologici" è assurda; la nostra specie può soltanto tentare di minimizzare il danno. Dietro l'idea di tutela ambientale o di comportamento ecologico da parte di politici e imprenditori – ormai tutto è diventato "ecologico" perché di moda – c'è l'occultamento di attività variamente impattanti e quasi sempre gravi.

Corollario: nessuna attività umana moderna svolge (o può svolgere) una funzione ecologica.


The thesis


Thesis 1 – No alternative energy, except nuclear energy, can significantly support an economy previously based on fossil fuels

The acceleration with which Western civilization – and, later, globalization – gained momentum was made possible only by the use of energy concentrated in carbonaceous fossils. The current support for production is still guaranteed by ample supplies of oil, gas, coal. If this availability were to be lacking, humanity would only have solar energy available in various ways, but distributed in too extensive forms. Therefore, alternative energies, in addition to causing undoubted environmental problems (if pushed beyond a certain threshold), would encounter objective limits that would restrict their availability.

Corollary: affluent society is destined to disappear with the end – or drastic reduction – of the use of fossil energies

***

Thesis 2 - The problems of the man-environment relationship are not caused by the lack, but by the excessive availability of energy

We must remember the four factors that characterize the anthropocene:

1. climate warming
2. frenzied extractivism
3. dissemination of pollution
4. destruction of biodiversity

A hypothetical inexhaustible energy source without effects of the first kind in the hands of a species still impregnated with speciesist ideology (the belief of human centrality in the life of the Planet) would be simply devastating for the accelerating effects on (2), (3), (4 ). It would allow our species to expand its presence to colonize the last square meter of the Earth, destroying the very foundations of life.

Corollary: Nuclear energy could solve the effects of global warming (1), but, regardless of well-founded classical objections, it must be rejected even for consequent effects on (2) (3) (4)

***

Thesis 3 – By virtue of its technological capacity, the human being is the only species that causes irreparable wounds on the planet's skin. Every technological development determines entropic accelerations, that is, a rapid increase in the disorder of the process so far fixed by evolution

The third thesis extinguishes some fundamental hopes that rest in the depths of the human. In particular, the reconstructive or restorative capacity of the original environments through technological or geoengineering solutions. The only possibility, if you want to try to restore a lost condition in a certain area, consists in a lightening of the anthropogenic pressure, in a more or less marked "retreat". The greater this solution, the higher – but never certain – the chances of recovery. We must warn against another illusion. Ecology studies the interrelationships between all living beings (biocenosis) and the environment that hosts them (biotope). Humanity breaks this balance. There is no doubt that it too is in a state of dependence with respect to other species, but since the beginning of its appearance, it plays a decisive role in breaking the pre-existing equilibrium and, little by little, upsets it. Let's ask ourselves a question. Can we speak of "ecological balance" in the ecumene (the terrestrial space colonized by humans) if the biomass of farmed animals represents a weight 15 times higher than the biomass of all wild animals? or if the current weight of the manufats exceeds that of the biomass of the entire Earth? Ecology cannot constitute the science of an environment in which human beings represent a significant presence! In short, the human claim to assume "ecological behavior" is absurd; he can only attempt to minimize the damage associated with his activities. Behind the idea for environmental protection or ecological behavior by politicians and entrepreneurs – by now everything has become "ecological" because it is fashionable – there is the concealment of variously impacting and almost always very serious activities.

Corollary: no modern human activity performs (or can perform) an ecological function


Conseguenze e conclusioni


Partiamo dall'ipotesi che le tre proposizioni illustrate siano fondate. In tal caso, quale strada dovrebbe essere percorsa per evitare il baratro? Occorre insistere su un fatto che si tende sempre a dimenticare: i problemi umani legati al rapporto con l'ambiente non possono essere ricondotti esclusivamente al cambiamento climatico, bensì all'insieme dei quattro fattori che sono stati ripetutamente citati.

Delle tre tesi, la seconda è quella da tenere maggiormente in considerazione: l'eccesso di disponibilità di energia si è rivelato catastrofico. La grande disponibilità di energia sta lentamente ma letteralmente cancellando risorse che l'evoluzione ha prodotto in milioni d'anni. Il potere strisciante dell'energia non è percepibile da una specie che indirizza la sua attenzione su altri interessi; il profitto, ad esempio, o l'esercizio del potere. Anche per questo motivo l'energia nucleare deve essere cassata. A sua volta, la prima tesi, per quanto ci obblighi a drastici ripensamenti riguardo la società dei consumi, deve essere accettata con serenità: le energie pulite ottenibili senza forzature assurde, insieme alla quantità di energia fossile compatibile con la protezione del clima, dell'ambiente e della biodiversità costituiscono la condizione limite da cui è possibile derivare, a ritroso, l'economia possibile.

La terza tesi, a sua volta, ci dice che le soluzioni tecnologiche non sono in grado di mantenere i consumi di massa attuali perché l'idea che ci permettano di produrre di più con meno risorse e meno energia è semplicemente una bugia. Ciò può essere dimostrato attingendo agli studi pionieristici di Nicholas Georgescu-Roegen e di coloro che li hanno raccolti e sviluppati. A questo bisogna aggiungere la considerazione definitiva secondo la quale il comportamento sociale dell'uomo – inevitabilmente tecnologico – non è, né può essere ecologico. Ciò significa che ogni produzione – anche in un sistema energetico a bassa intensità (vedi, ad es. il caso di Rapa Nui) – deve essere attentamente valutata nelle sue implicazioni impattanti prima di essere implementata per verificarne la compatibilità con le problematiche (2), (3), (4).

Se le tesi sono vere, le conseguenze sono ovvie. Occorre un brusco rallentamento della capacità umana di dissipare gli stock naturali (vero problema della specie); inoltre è anche necessario ridurre l'assorbimento dei flussi prodotti dalla natura. In altre parole, la società deve essere organizzata in modo da poter resistere a uno shock produttivo come non si è mai visto nella storia economica. Ovviamente è impossibile entrare nei dettagli, ma è chiaro che l'abbattimento delle attività umane nei paesi sviluppati deve essere verticale. Considera che miliardi di esseri umani vivono ancora in condizioni inaccettabili che necessitano di essere sanate, quindi il loro contesto non può sopportare alcuna diminuzione della produzione di beni indispensabili, semmai il contrario. Inoltre, è stato da tempo accertato che lo sviluppo è stato creato creando, a sua volta, il sottosviluppo; anche per questo un riequilibrio delle condizioni di vita tra i popoli è un dovere morale assoluto.

Insomma, al di là di ogni ragionamento capzioso e pedante, le risorse materiali alle quali la specie attinge devono diminuire drasticamente. Non è un capriccio dettato da filosofie pauperistiche per niente desiderabili, ma il giusto prezzo da pagare per avere imboccato strade sbagliate e pericolose. La specie umana ha commesso degli errori gravissimi verso se stessa (in particolare verso una parte di sé), verso l'ambiente biologico che le ha dato vita, verso i suoi compagni di viaggio su questo Pianeta, quelli che si ostina a chiamare "animali". Quando finirà questa difficile fase di transizione? Quando Homo sapiens sarà in grado di diminuire il suo numero, potrebbe iniziare a riprendere fiato e concedersi qualche possibilità in più (sempreché, nel frattempo, non dimentichi di creare una società giusta). In fondo, la legge è molto semplice: se le risorse materiali a cui una specie può accedere sono limitate, entro limiti ragionevoli la disponibilità pro capite aumenta con la diminuzione dei capi.

Come dovremmo procedere? Nessun individuo singolo può dare quelle ricette che soltanto la buona politica potrebbe definire. Tuttavia è certo che soltanto misure drastiche potrebbero immediatamente incominciare a dare grande respiro al nostro Pianeta e riaprire prospettive al destino umano. Ipotizziamo alcuni obiettivi ineludibili:

– Eliminare tutti gli allevamenti significherebbe a) smettere di colonizzare enormi spazi ancora ricchi di biodiversità, b) restituire alla biodiversità ampie superfici non ancora rovinate in modo irreversibile, c) ridurre drasticamente i deserti verdi delle monoculture, d) liberarsi delle zoonosi e quindi delle inevitabili pandemie future, e) guadagnare in salute collettiva grazie al consumo di cibi esclusivamente vegetali, f) recuperare il rapporto di empatia con le altre specie perduto da tempi immemorabili con effetti sorprendenti sulla salute mentale collettiva.

– Eliminare i voli aerei – perlomeno quelli destinati al turismo di massa – significherebbe offrire un'immediato innalzamento della qualità dell'aria.

– Eliminare i sistemi d'arma – tutti i sistemi d'arma – significherebbe liberare un'immensa quantità di materie prime da destinare altrove ed evitare di attingerne altre per il futuro; significherebbe un importante risparmio di energia di origine fossile; ma significherebbe anche impedire a psicopatici pericolosi di dare corso continuo a guerre e conflitti che comportano, in primis le sofferenze impartite a popolazioni inermi, e poi le distruzioni di manufatti e l'accelerazione dell'entropia.

– Ridurre l'impiego della mobilità privata – abbandonando i sogni di impossibili auto ecologiche (chi ne parla è in malafede) – significherebbe recuperare gran parte di materia ed energia per usi diversi.

– Di converso, sviluppare in modo corretto le economie nei paesi poveri determinerebbe quel freno demografico necessario per ricondurre la specie alla sua giusta dimensione (che comunque dovrebbe essere ricalcolata anche nei paesi "sviluppati").

Fatto questo, saremmo ancora all'inizio. Infatti occorrerebbe poi agire su tutto il resto per cancellare l'economia inutile che svolge un peso tutt'altro che trascurabile nelle ferite inferte al Pianeta. Inutile illudersi. L'effetto di tutti gli interventi sarebbe enorme rispetto alle perdite temporanee che le economie mondiali hanno subito a causa della pandemia, e, soprattutto, sarebbe stabile per un periodo inderminabile.

Inutile andare oltre su questioni che nessun individuo singolo può dettagliare. Conviene invece fermarsi a riflettere sul sapore di "utopia" che sembra accompagnare le proposte illustrate. L'assestamento delle società moderne su un livello di austerità oggi inimmaginabile sembra qualcosa di assurdo. Ne sono perfettamente cosciente. Ma ragioniamo. L'utopia è una visione immaginaria di qualcosa che sta fuori dalla realtà. Questo termine non dovrebbe essere impiegato nel contesto della nostra discussione perché improprio: se un auspicabile e possibile stato di cose è osteggiato da forze politiche preponderanti, non c'è alcun motivo per accusare il progetto di essere utopistico. Non c'è nessun motivo per pensare che non si possano eliminare i sistemi d'arma, o il turismo aereo di massa, o sostituire la mobilità privata con una pubblica. Quindi, a rigore, poiché il problema possiede una natura convenzionale, ovvero legata alle scelte di soggetti politici, parlare di utopia è fuorviante. Non è stato utopistico aspirare alla cancellazione della schiavitù o al suffragio universale. Tutto questo ci fa comprendere come ogni soluzione – tutte le proposte fatte sono materialmente realizzabili – possa incontrare ostacoli durissimi (basti pensare a come dovrebbe essere ripensato il lavoro umano in una condizione quale quella delineata, una questione enorme, veramente titanica), ma non impossibili. Naturalmente nulla di tutto questo si realizzerà senza nuove istituzioni. Occorrono istituzioni adeguate che possono scaturire soltanto da soggettività politiche capaci di inserirsi come cerniera tra un mondo in declino, quello che rifiuta le tre tesi, e un mondo nuovo, quello che le prende in considerazione. In assenza di queste soggettività politiche, immaginare l'idea che l'attività umana possa avere qualche possibilità di essere ricondotta su un piano di compatibilità con le leggi biologiche della vita significa cadere nell'illusione più cocente. Ma, ribadisco, l'"utopia" non c'entra nulla.


Consequences and conclusions


We start from the hypothesis that the three propositions illustrated are well founded. If so, which road should be taken to avoid the chasm? It is necessary to insist on a fact that we always tend to forget: the human problems related to the relationship with the environment cannot be exclusively traced back to climate change, but to the set of four factors that have been repeatedly mentioned.

Of the three theses, the second is the one to take into consideration the most: the excess of energy availability has proved catastrophic. The large availability of energy is slowly but literally erasing resources that evolution has produced over millions of years. The creeping power of energy is not perceptible to a species that directs its attention to other interests; profit, for example, or the exercise of power. For this reason, even, nuclear energy must be canceled. In turn, the first thesis, although it obliges us to drastic rethink about the consumer society, must be accepted with serenity: the clean energies obtainable without absurd forcing, together with the quantity of fossil energy compatible with the protection of the climate, the environment and biodiversity constitute the limit condition from which it is possible to derive, backwards, the possible economy.

The third thesis, in turn, tells us that technological solutions are not capable of maintaining current mass consumption because the idea that they allow us to produce more with fewer resources and less energy is simply a lie. This can be demonstrated by drawing on the pioneering studies of Nicholas Georgescu-Roegen and those who collected and developed them. To this we must add the definitive consideration according to which human social behavior – inevitably technological – is not, nor can it be, ecological. This means that every production – even in a low intensity energy system (see, eg. the case of Rapa Nui) – should be carefully evaluated in its impacting implications before being implemented to verify its compatibility with problems (2), (3), (4).

If the theses are true, the consequences are obvious. We need an abrupt slowdown in the human capacity to dissipate natural stocks (the real problem of the species); moreover, it is also necessary to reduce the absorption of flows produced by nature. In other words, society must be organized so that it can withstand a production shock such as has never been seen in economic history. Obviously, it is impossible to go into details, but it is clear that the abatement of human activities in developed countries must be vertical. Consider that billions of humans still live in unacceptable conditions that need to be healed, so their context cannot bear any degrease in the production of indispensable goods, rather, the opposite. Furthermore, it has been ascertained that development was created by creating, in turn, underdevelopment; also for this reason a rebalancing of the living conditions among peoples is an absolute moral duty.

In short, beyond any specious and pedantic reasoning, the material resources on which the species draws must drastically decrease. It is not a whim dictated by undesirable pauperistic philosophies, but the right price to pay for having taken the wrong and dangerous paths. The human species has made very serious mistakes towards itself (in particular towards a part of itself), towards the biological environment that gave it life, towards its traveling companions on this Planet, those who persists to call "animals". When would this tough transition phase end? When Homo sapiens will be able to decrease its number, it will have the opportunity to catch its breath and give itself a few more chances (provided, in the meantime, he does not forget to create a just society). After all, the law is very simple: if the material resources that a species can access are finite, within reasonable limits the per capita availability increases with the decrease of heads.

How should we proceed? No single individual can give those recipes that only good politics could define. However, it is certain that only drastic measures could immediately begin to give great breath to our planet and reopen perspectives to human destiny. Let's assume some unavoidable objectives:

– Eliminating all breeding would mean a) stop colonizing huge spaces still rich in biodiversity, b) return to biodiversity large areas not yet irreversibly damaged, c) drastically reduce the green deserts of monocultures, d) get rid of zoonoses and therefore of inevitable future pandemics, e) gaining collective health thanks to the consumption of exclusively vegetable foods, f) recovering the relationship of empathy with other species lost from time immemorial with surprising effects on collective mental health.

– Eliminating air flights – at least those destined for mass tourism – would mean offering an immediate increase in air quality.

–  Eliminating weapon systems – all weapon systems – would mean freeing up an immense amount of raw materials; it would mean an important saving of fossil energy; but it would also mean preventing dangerous psychopaths from continuing wars and conflicts that involve, first of all, the suffering imparted to unarmed populations, and then the destruction of artifacts and the acceleration of entropy.

– Reducing the use of private mobility – abandoning the dreams of impossible ecological cars (who speaks of it is in bad faith) would mean recovering a large part of matter and energy for different uses.

– Conversely, if the economies in poor countries were developed correctly, the demographic brake necessary to bring the species back to its right number would be determined (which in any case should also be recalculated in "developed" countries).

It would therefore be necessary to act on everything else to cancel the useless economy that has a heavy effect on the wounds inflicted on the Planet. It is useless to delude oneself. The effect of all the interventions would be enormous compared to the temporary losses that the world economies have suffered due to the pandemic, and, above all, it would be durable for indeterminable period.

It is useless to go further on matters that no single individual can detail. Instead, it is better to stop and reflect on the flavor of "utopia" that seems to accompany the proposals illustrated. The adjustment of modern societies to a level of austerity which is unimaginable today seems absurd. I am perfectly aware of this. But let's think. Utopia is an imaginary vision of something that is out of reality. This term should not be used in the context of our discussion because it is improper: if a desirable and possible state of things is opposed by preponderant political forces, there is no reason to accuse the project of being utopian. There is no reason to think that weapons systems cannot be eliminated, or mass air tourism, or that private mobility cannot be replaced by public mobility. Therefore, strictly speaking, since the problem has a conventional nature, that is linked to the choices of political subjects, talking about "utopia" is misleading. It was not utopian to aspire to the cancellation of slavery or to universal suffrage. All this makes us understand how every solution – all the proposals made are materially feasible – can encounter very hard obstacles (just think of how human work should be rethought in a condition such as the one outlined, a huge, truly titanic issue), but not impossible. Of course, none of this will happen without new institutions. Adequate institutions are needed which can only spring from political subjectivities capable of inserting themselves as a hinge between a world in decline, the one that rejects the three theses, and a new world, the one that takes them into consideration. In the absence of these political subjectivities, imagining the idea that human activity may have some chance of being brought back to a level of compatibility with the biological laws of life means falling into the most burning illusion. But, I repeat, "utopia" has nothing to do with it


Ed ecco la scommessa


Francamente non penso che questa umanità sia in grado di diventare vegana, pacifista, austera nei consumi, nemica dell'intossicazione dei veleni chimici e psicologici che assorbe quotidianamente. Non credo che essa accetti di voler transitare verso la vita, considerando che è prona alla necropolitica e alle sue false promesse. So che parlare di "umanità" è rischioso. In effetti l'umanità si compone di sfruttatori e di sfruttati, ma rispetto ai canoni binari ottocenteschi (proletari vs sfruttatori) le cose sono cambiate mica poco. La stratificazione è aumentata, e nel contesto attuale, denso di pericoli e di rischi di regressione, ognuno si attacca a quello che ha e non vuole perderlo. È nella logica delle cose. Perciò, in assenza di una classe numericamente rilevante e con interessi ben definiti, uscire da uno stato di cose per entrare in un altro è un'avventura improbabile. Purtroppo ancora non esiste un soggetto politico capace di svolgere un'azione pedagogica di massa e liberare le menti da falsità e paure nella prospettiva di una grande trasformazione di civiltà. Ne consegue che il sistema (nella sua accezione più ampia), diventa un conglomerato di elementi certamente litigiosi, ma che si tengono stretti l'un l'altro confermando la volontà collettiva di spingersi verso l'abisso.

Dunque, la scommessa è questa:

scommetto che se le tre tesi non verranno poste alla base delle scelte future dei popoli, l'umanità si inserirà nel ramo discendente della parabola della sua storia e vivrà la discesa agli inferi.

Certo le scommesse si possono anche perdere. Comunque la pongo con spirito sereno. Infatti, se le tesi si mostreranno false, l'attenzione generale sarà rivolta sui fuochi d'artificio delle «magnifiche sorti e progressive» dell'"Uomo" e i vaneggiamenti di uno "sconosciuto catastrofista" saranno semplicemente dimenticati. Oltrettutto sarò estremamente felice di essere caduto in errore. Se invece le tesi si riveleranno pregnanti qualcuno dovrà spiegare come mai si sia imboccata la strada della perdizione e per servire quali interessi. Se la scienza cartesiana, il businness, e l'inettitudine della cattiva politica – tre ambiti fortemente integrati – porteranno alla realizzazione di qualcosa di molto lontano dalle loro eterne promesse e se, addirittura, si concretizzeranno i peggiori timori distopici, allora sarà concesso di riproporre la parafrasi di una famosa maledizione marxiana: i "grandi" responsabili delle future catastrofi saranno inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non potranno essere riscattati da nessuna discolpa, perché avranno avuto modo di fare scelte diverse e non l'avranno fatte. E poiché, nonostante il collasso della Storia, i loro nomi lasceranno delle tracce, sarà possile, per figli e nipoti, scoprire le loro "gesta" e pisciare sulle loro tombe.


And here's the bet


Frankly I do not think that this humanity is able to become vegan, pacifist, austere in consumption, the enemy of the intoxication of the chemical and psychological poisons that it absorbs daily. I don't think it accepts that it wants to pass towards life, considering that it is prone to necropolitics and its false promises. I know that talking about "humanity" is risky. In fact, humanity is made up of exploiters and exploited, but compared to the nineteenth-century binary canons (proletarians vs exploiters) things have changed a lot. The stratification has increased, and in the current context, full of dangers and risks of regression, everyone clings to what he has and does not want to lose it. This belongs to the logic of things. Therefore, in the absence of a numerically relevant class and with well-defined interests, leaving one state of things to enter another is considered an adventure not to be run. Unfortunately, there is still no political entity capable of carrying out a mass pedagogical action and freeing minds from falsehoods and fears in the perspective of a great transformation of civilization. It follows that the system (in its broadest meaning) becomes a conglomerate of elements that are certainly litigious, but which hold each other tightly, confirming the collective will to push towards the abyss.

So, the bet is this:

I bet that if the three theses are not placed at the basis of the future choices of peoples, humanity will enter the descending branch of the parable of its history and will experience the descent into hell.

Of course, bets can also be lost. However, I propose it with a serene spirit. Indeed, if the theses prove to be false, general attention will be turned to the fireworks of the "magnifiche sorti e progressive" of "Human" and the ravings of an "unknown catastrophist" will simply be forgotten. Besides, I'll be extremely glad I was wrong. If, on the other hand, the thesis turn out to be "pregnant", those responsible will have to explain why the road to perdition was taken and to serve what interests. If the Cartesian science, the business, and the ineptitude of bad politics – three highly integrated areas – will lead to the realization of something far from their eternal promises and if, indeed, the worst dystopian fears materialize, then it will be granted to re-propose the paraphrase of a famous marxian anathema: the "great" responsibles for future catastrophes will be nailed to that eternal pillory from which they cannot be redeemed by any exculpation, because they will have had the opportunity to make different choices, and they will not have made them. And given that, despite the collapse of History, their names will leave traces, it will be possible for children and grandchildren to discover their "deeds" and piss on their graves.